Create a Joomla website with Joomla Templates. These Joomla Themes are reviewed and tested for optimal performance. High Quality, Premium Joomla Templates for Your Site

società

Migranti: ne vogliamo parlare ?

Annalisa Garganodi ANNA LISA GARGANO
“Il problema accoglienza c’è e non bisogna negarlo. Ma c’è anche la soluzione, bisogna convincersi a farla propria”.

(Matteo Biffoni, delegato Immigrazione dell’Anci, Associazione nazionale comuni italiani)

Oggi nel nostro comprensorio vivono circa 350 migranti di cui 70 nei due centri di Roccacinquemiglia, 130 nei due centri di Roccaraso, 50 ad Alfedena, 50 a Pescasseroli e circa 45 a Villa Scontrone (il centro di Rionero è stato chiuso da poche settimane). In rapporto ai residenti rappresentano circa il 3% della popolazione locale.

Sono per lo più uomini tra i 16 e i 35 anni provenienti dall’Africa Occidentale (Nigeria, Mali, Ghana, Senegal, Guinea), dal Pakistan e dal Bangladesh. Sono uomini e donne che la Prefettura dell’Aquila ha destinato al nostro comprensorio sulla base di valutazioni puramente quantitative riferite al numero dei posti disponibili.

Ma chi stabilisce i posti disponibili? Chi decide l’apertura o la localizzazione di un nuovo centro? E soprattutto, i centri sono la soluzione al problema dell’accoglienza?

In Italia il sistema dell’accoglienza si articola in Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Una volta entrati in Italia, i migranti vengono sottoposti ad un primo screening sanitario e poi vengono smistati nei Cas, strutture gestite da associazioni o cooperative che vincono un bando della Prefettura, prendono  in affitto un locale o un albergo e garantiscono agli ospiti tre pasti quotidiani e un posto per dormire. Il Comune che li ospita non ha alcuna voce in capitolo.

Per ogni migrante le cooperative ricevono circa 35 euro al giorno per le spese di vitto, alloggio e gestione del centro (comprese le spese del personale) e una piccola parte, circa 2,50€, viene concessa ai migranti per le spese personali (pocket money).

I migranti dovrebbero restare nei Cas dai 3 ai  6 mesi in attesa che venga esaminata la loro richiesta di asilo e vengano accolti nel sistema Sprar. Nella realtà, però, i tempi della burocrazia sono molto più lunghi arrivando a sfiorare anche i due anni.

E qui nascono i problemi perché i Cas non sono tenuti a favorire l’integrazione ma solo a garantire un tetto, un pasto e poco di più. Inoltre chi li gestisce non è un’associazione di volontariato né un ente pubblico, ma una società con fine di lucro. Dunque si potrebbe verificare che, per aumentare il margine di guadagno, si riducano i servizi offerti e il rischio di inefficienza diventi molto al

WhatsApp Image 2017 10 26 at 19.19.37

to.

D’altro canto, i controlli della Prefettura sui Cas non sempre riescono ad essere tempestivi ed efficaci e non sempre gli enti locali hanno la sensibiità e la progettualità necessarie per     attivare percorsi alternativi di integrazione, quali ad esempio i progetti di volontariato di utilità sociale.

Al contrario, lo Sprar, che oggi riguarda solo 30mila dei 200mila accolti in Italia, si basa su progetti il cui ente capofila è il Comune, che può coordinare direttamente il lavoro da svolgere e scegliere gli enti su cui fare affidamento. L’ente locale deve prevedere processi finalizzati a creare autonomia ed inserimento, a cominciare dall’insegnamento della lingua italiana, dalla formazione professionale e dall’inserimento scolastico dei minori. È evidente come tali progetti richiedano la presenza di operatori e personale specializzato e siano in grado di produrre un impatto positivo sul territorio in termini di professionalità attivate, consulenze e altri servizi ben superiore a quello generato dai Cas.

Inoltre, mentre nei Cas non c’è un rapporto massimo tra migranti e popolazione locale, negli Sprar si tende a non superare i 2-3 richiedenti asilo o rifugiati ogni mille abitanti e, una volta raggiunta tale soglia, la Prefettura non può dare mandato di aprire nuovi Cas su quel territorio (cd. Clausola di salvaguardia).

I Comuni che presentano un progetto Sprar ricevono un finanziamento commisurato ai servizi offerti e che può superare anche di molto il limite dei 35 euro al giorno per accolto.

In media, il 38% di questo contributo viene utilizzato per il personale (operatori, consulenti e professionisti), il 30% per l’assistenza e l’integrazione (vitto, alloggio e pocket money) e il restante 32% per altre spese e costi indiretti.

L’elemento fondamentale è però che nel sistema Sprar l’ente locale non “subisce” il sistema dell’accoglienza ma lo governa nell’interesse esclusivo del suo territorio (interesse pubblico) secondo i principi di trasparenza e imparzialità.

E gli incentivi per entrare in questo sistema sono consistenti: 100 milioni di euro nella precedente legge di Stabilità e 150 per il 2018, come previsto nel decreto Mezzogiorno.

I NUMERI DELL’ACCOGLIENZA IN ITALIA E IN ABRUZZO

Nella tabella sopra sono riportati alcuni dati sulle presenze dei migranti in Abruzzo. Sono numeri che, in termini assoluti, spaventano chiunque ma che, se considerati in termini relativi, perdono molto del loro “peso”.

TAB 1

L’ACCOGLIENZA NEL NOSTRO TERRITORIO

Il Comune di Castel di Sangro, nell’arco di oltre due anni, ha  attivato un unico progetto di volontariato di utilità sociale destinato a soli 6 migranti accolti nel Cas di Roccacinquemiglia. Insieme ad altri tredici comuni del comprensorio, nel mese di febbraio 2017, ha manifestato la volontà di aderire al sistema Sprar ma non ha finora presentato alcun progetto “esecutivo” di accoglienza integrata. È plausibile pensare che, ove si verifichi una nuova emergenza migranti, la Prefettura rispetti la clausola di salvaguardia solo per quei comuni che hanno concretamente attivato lo Sprar e non anche per quelli che si sono limitati ad una mera manifestazione di interesse.WhatsApp Image 2017 10 26 at 19.19.39

D’altro canto, se i flussi migratori dovessero continuare a diminuire, come tutti ci auguriamo, è plausibile pensare che, là dove è attivo lo Sprar, i Cas progressivamente si svuotino. Se questo è vero, allora occorre attivarsi a livello comunale per proseguire con convinzione e celerità sulla strada dello Sprar.

Nel frattempo, occorre trovare il modo di “impegnare” gli ospiti dei Cas in progetti di volontariato, anche in collaborazione con le associazioni del terzo settore, per evitare che l’ozio, al quale sono “condannati”, diventi la causa di comportamenti negativi.

Che ci piaccia o no, anche la nostra piccola città è diventata multiculturale e multietnica e l’unico modo per provare a condurre una convivenza pacifica e civile è imparare a conoscere i doveri e i diritti dei migranti. Chi vorrà, poi, potrà anche spingersi più avanti e provare a conoscere la loro cultura e la loro storia.

A distanza di circa due anni e mezzo dall’apertura del primo centro di Roccacinquemiglia, non c’è mai stato a Castel di Sangro un momento di informazione e di condivisione dei problemi e delle paure che, forse legittimamente, ognuno di noi ha provato e continua a provare.

Non c’è mai stato alcun tentativo di integrazione, se non quelli promossi da singoli cittadini o da singole associazioni di volontariato. Inoltre, nel Piano Sociale approvato nel mese di settembre c’è davvero poco sui migranti.

Poteva andare bene cinque anni fa ma non oggi. Certo, il tema dell’accoglienza è un terreno scivoloso per chi tiene a mantenere il consenso popolare, ma è anche un tema che non può essere ignorato da chi ha la responsabilità politica di una comunità e di un territorio.

1848
testata giornalistica dell'Associazione "Progetto Comune"
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Seguici su :