Create a Joomla website with Joomla Templates. These Joomla Themes are reviewed and tested for optimal performance. High Quality, Premium Joomla Templates for Your Site

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

RIPRENDERE IL PENNELLO

“Potevano fare di più” è la risposta che la maggioranza di noi castellani dà alla domanda “Cosa pensi dell’operato dell'associazione politica “Progetto Comune?”.

Quel “potevano fare di più” potrebbe o suonare come una bocciatura o potrebbe esser visto come uno stimolo a migliorarsi. Come quando la professoressa, che vede delle potenzialità nell’alunno, dice alla mamma del ragazzo: suo figlio va bene ma non sta sfruttando appieno le proprie capacità, può fare sicuramente di più. Quel “potevano fare di più” è un invito a continuare a fare ciò che di positivo è stato fatto e a correggere e ad eliminare gli errori commessi.

Sicuramente bisogna continuare a dare un contributo fattivo al miglioramento del paese come nel caso della certificazione “smart city”. 

Castel di Sangro è infatti tra i primi 5 comuni “eco” premiati a livello nazionale per aver ottenuto la certificazione di “smart city”. Questa riconoscimento è conseguenza diretta di opere come la pista ciclabile, del servizio di erogazione dell’acqua pubblica potabile di qualità (casette dell’acqua) e del servizio di raccolta differenziata porta a porta. Alcune di queste idee non erano presenti nel programma elettorale della lista di Caruso e sono state prese in “prestito” dal programma elettorale di Progetto Comune. 

Fare qualche proposta come quella delle “certificazioni bianche”. Se sarà adottata, finalmente, vedremo gestire al meglio il nostro patrimonio boschivo, avremo entrate certe che ci permetteranno di ridurre le imposte comunali, si eviterà in futuro di stralciare crediti dal bilancio comunale per 492.759,85 euro per canoni mai incassati sul “taglio dei boschi”.

E continuare a vigilare: la giunta, nel corso di questi anni, ha più volte ritirato proposte di delibere comunali di dubbia legittimità e adesso, forse, è più cauta nel portare in consiglio comunale proposte di delibere “discutibili”. 

Gli errori commessi sono stati parecchi. Nonostante le divisioni interne e nonostante sui precedenti banchi della maggioranza fossero sedute persone con maggiori competenze ed esperienza rispetto a quasi tutti gli attuali assessori e consiglieri, sono state fatte, intraprese, propagandate anche alcune ottime iniziative. La maggior parte dei meriti è da attribuire al triunvirato “ibrido” con Caruso al vertice e con Castellano e Di Guglielmo a fare il lavoro grosso. Tuttavia, non si deve sottovalutare il lavoro svolto dagli assessori ad honorema cultura, turismo e rapporti con enti esterni (Teti, Cannatelli, Buzzelli). Stampa locale e social-consiglieri, un giorno sì e l’altro pure, “condividono” che un tornado di milioni di euro si sta abbattendo sul nostro paese e che è stata garantita sul territorio una giusta assistenza sanitaria. 

Ma i dati dell’Agenzia delle Entrate e il quotidiano vivere ci mostrano un’altra realtà. Una realtà fatta di pesantissime difficoltà economiche, di situazioni di grave marginalità sociale, di precarietà per le nuove generazioni e incertezza sulle prospettive di sviluppo.

Metà dei castellani percepisce un reddito inferiore ai 560,00 euro mensili (il reddito mediano è pari ad € 550,87). I commercianti e gli imprenditori sono in difficoltà: il loro reddito aggregato ha subito un calo di 469.737 euro, il 13% in meno rispetto al 2014.

Sempre più famiglie vivono una situazione di disagio economico: la voce nel bilancio comunale che racchiude i fondi destinati a tamponare tali situazioni ogni anno si ingrossa e nel 2017 ha sfondato la quota dei 200mila euro.

Una crisi profonda e apparentemente inesorabile sta dissanguando il settore dei servizi, con progressivi smottamenti dei diritti e delle garanzie per i cittadini. Pur vivendo in un territorio dalle enormi potenzialità, ogni famiglia o ogni cittadino ha almeno un amico, un nipote, un figlio che per cercare di garantirsi un futuro è stato costretto ad emigrare in altre città o all’estero.

Gli errori di Progetto Comune sono qui. Sono nell’aver smesso di dipingere la propria visione politica. Sono nell’aver smesso di controbattere alla propaganda “social e press” disegnando soluzioni per questi problemi reali e quotidiani. 

Nulla è perduto, occorre solo riprendere il pennello e tornare a dipingere.

l'editoriale

Vittorio di Guilmidi Vittorio di Guilmi

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

VERSO LE REGIONALI

Sarà un inverno caldissimo, almeno sul fronte politico. L’Abruzzo tornerà alle urne il 10 febbraio per eleggere il nuovo governatore e il consiglio regionale. Così ha deciso il presidente reggente Giovanni Lolli, chiamato a traghettare la giunta a seguito delle inevitabili dimissioni di Luciano D’Alfonso dopo la sopraggiunta incompatibilità con la poltrona da senatore, conquistata senza particolari affanni il 4 marzo. Elezioni anticipate dunque, ma solo di qualche mese rispetto alla naturale scadenza della legislatura, tra le proteste di chi contava di andare al voto tra novembre e dicembre. 

Ci aspetta una campagna elettorale infuocata, nonostante le gelide temperature, che per ora registra una sola candidatura ufficiale. È quella di Sara Marcozzi, consigliere uscente del Movimento Cinque Stelle, “forte” delle 1032 preferenze ottenute alle regionarie pentastellate e soprattutto del 39% raggiunto dal movimento alle politiche. Spina nel fianco di D’Alfonso con un’opposizione tenace fin dal primo giorno, gli abruzzesi potrebbero premiare la Marcozzi con la guida della Regione. Resta però da verificare la tenuta grillina dopo le incertezze del governo centrale, alle prese con una manovra economica frutto del discusso accordo con la Lega e accolta da diffusi mugugni e perplessità dei mercati.

Regna ancora il riserbo e la confusione nelle altre due coalizioni. Nel centrodestra, unito negli annunci più che nei fatti, si ragiona attorno al nome del candidato. Nome che dovrebbe essere indicato da Fratelli d’Italia e condiviso con le altre due forze, Lega e Forza Italia, nell’ambito della ripartizione delle regioni. Nella rosa dei papabili finora circolati manca ancora però quella figura forte e autorevole in grado di mettere tutti d’accordo. Non è escluso in tal senso un nuovo vertice tra i leader nazionali che rimetta in discussione l’accordo che ha affidato l’Abruzzo al partitino di Giorgia Meloni (5% nella nostra regione).

Un candidato forte spera di averlo trovato invece il Pd nella figura di Giovanni Legnini, ex vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, che però ha presentato la propria candidatura per la guida dell’Antitrust. Un profilo di alto livello istituzionale, che può godere di consensi bipartisan, forse l’unico in grado di risollevare il centrosinistra in Abruzzo, a corto di credibilità dopo la scoppola alle politiche (mai così in basso con il 13%) e la gestione D’Alfonso.

La partita si è già aperta, con lo scontro tra Pd e M5S sui fondi Masterplan. Risorse per 192 milioni di euro “scippate” – accusano i dem – all’Abruzzo e dirottati dal governo nell’ambito del Decreto Genova per la manutenzione e la messa in sicurezza delle nostre pericolanti autostrade. Accuse rispedite al mittente dai Cinque Stelle, che parlano di fondi prestati per la messa in sicurezza delle autostrade e ripristinati con la prossima legge di bilancio.

Non solo Masterplan e opere pubbliche, utili e meno utili. Gli abruzzesi e l’Alto Sangro hanno bisogno di risposte, non di promesse. Abbiamo una Sanità che rischia un nuovo commissariamento, che in questi anni si è distinta per continui tagli di reparti e servizi sul territorio. Abbiamo una rete ferroviaria indecente (per raggiungere Roma da Pescara ci vogliono non meno di 3 ore e 22). Le imprese chiudono (-4mila negli ultimi cinque anni), perdiamo residenti (-7mila nell’ultimo anno) e i giovani vanno via.

Il nostro Alto Sangro, con un elettorato debole nei numeri, difficilmente riuscirà a portare in Regione un consigliere che manca da troppo tempo. Ma un appello lo rivolgiamo comunque, a chi sfiderà freddo e neve per venire a chiedere voti dalle nostre parti oppure, magari, agli amministratori locali più ambiziosi che tenteranno la scalata per un posto a Palazzo Silone. Forbes, la prestigiosa rivista americana di economia e finanza, ha appena inserito Roccaraso e Pescocostanzo (e con loro l’intero comprensorio, aggiungiamo noi) tra le migliori destinazioni per trascorrere le vacanze invernali in Italia. È un biglietto da visita enorme, per tutto l’Abruzzo. Se lo ricordino i prossimi eletti.

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

L'UNO VALE L'ALTRO

Dalla fine del mese di luglio dello scorso anno il sindaco Caruso è anche il presidente della provincia dell’Aquila. Bel traguardo per il primo cittadino, forse per Castel di Sangro e forse per l’intero Alto Sangro.

Da quando si è insediato in Provincia, il sindaco-presidente ha visto aumentare considerevolmente i suoi impegni politico-istituzionali. Nonostante la mole di lavoro che è impegnato quotidianamente a sbrigare sia notevolmente aumentata, il sindaco continua a tenere per sé le deleghe più importanti per l’amministrazione di un comune. Un giorno sì e l’altro pure è fuori Castel di Sangro. Purtroppo o per fortuna non ha il dono dell’ubiquità e quando si dedica anima e corpo all’amministrazione della provincia, l’amministrazione del comune ne risente. Gli assessori e i suoi compagni di partito seduti in consiglio non riescono a sopperire alla sua assenza e, se non ci fossero il vice sindaco Castellano e l’architetto Paolo Di Guglielmo, il comune sarebbe bloccato.

Se stessimo parlando di una squadra di calcio, avremmo: un buon regista, Caruso; un buon centrocampista tutto cuore e grinta, uno alla Gattuso o alla Oriali per intenderci, Castellano; un giocatore a tutto campo e completo con il sinistro di Messi (visione politica che manca ai nostri assessori), il destro di Cristiano Ronaldo (competenze tecniche) e la fantasia di Maradona (risposta alle numerose richieste dei cittadini, cosa che dovrebbero fare gli assessori), Di Guglielmo; e gli altri 7 componenti della maggioranza senza un ruolo ben definito, che non vogliono essere della partita o che non sarebbero in grado di giocarla.

Una squadra incompleta o divisa, composta da tre giocatori, due eletti dai cittadini (Caruso e Castellano) e un terzo non eletto da nessuno ma assessore ad honorem per meriti acquisiti sul campo (Di Guglielmo), con il resto della truppa relegato in tribuna al ruolo di semplice spettatore non protagonista. 

Ruolo ricoperto egregiamente dalla Presidente del consiglio comunale dopo l’allagamento in località Santa Lucia. Un membro della coalizione che amministra un comune, per cercare di porre le basi alla risoluzione di un problema da anni sottovalutato, avrebbe preso il telefono, chiamato gli altri colleghi e chiesto una riunione urgente del gruppo. Mentre un semplice cittadino indignato, considerata la sua impotenza e il ruolo da spettatore, avrebbe fatto quello che ha fatto la Presidente: un post di protesta su Facebook per richiedere l’esecuzione dei lavori di sistemazione dell’argine del fiume, sperando di ottenere molti “mi piace” e commenti così da attirare l’attenzione del sindaco o degli altri due (Castellano e Di Guglielmo).

Spettatori non paganti anche nella progettazione e implementazione della videosorveglianza comunale. C’è un problema sicurezza da tentare di risolvere. Il sindaco, Castellano e Di Guglielmo hanno già il loro ben da fare (provincia, raccolta differenziata, piano neve, ecc.). Progetto Comune cerca di utilizzare gli strumenti a disposizione di un gruppo di opposizione: tenta in tutti i modi di portare la discussione di questo problema in consiglio comunale. Gli altri consiglieri e assessori fanno finta di non sentire o non vogliono ascoltare, attendono segnali dal triumvirato. In questa situazione la politica è immobile e i problemi che toccano da vicino i cittadini non possono essere risolti. Arriva il comitato imprenditori che si sostituisce agli immobili consiglieri non protagonisti, elabora un progetto, lo presenta a Di Guglielmo e... finalmente si arriva alla discussione in consiglio comunale.

Immobilismo politico. Cittadini che si sostituiscono ad assessori e consiglieri di maggioranza senza che questi ultimi facciano o dicano qualcosa, come avvenuto a Roma nel corso di una manifestazione a sostegno del sindaco di Sulmona per il caso Snam. Presenti i sindaci abruzzesi, presidente della provincia e presidente della Regione. Caruso, nel ruolo di presidente della Provincia dell’Aquila, è con D’Alfonso e la Casini a parlare con il Ministro. Il sindaco-presidente, impossibilitato a essere nello stesso tempo in due luoghi diversi, dà la fascia tricolore a Nicola Buzzelli, semplice cittadino non protagonista, il quale la indossa, fa le veci del sindaco e si mette in posa per la foto di rito.

Perché, in fondo, l’uno vale l’altro. 

stinchi di santo

fredebarneydi FRED & BARNEY

Lo chiamavano Mezza Tacca - Quinto ed ultimo episodio

Negli episodi precedenti: il raffinato bandito McNeally viene salvato dalla forca da Fred Littleflower e dal contrabbandiere d’alcool Don Diego De La Camisa, con la complicità inconsapevole di Tom, servo di colore del reverendo Carson, nonché narratore della nostra storia. I quattro si rifugiano in paese, dove fanno la conoscenza di Ella, che si è vista soffiare gli affari dallo stesso Carson e da Frank Castellano, sceriffo di chiare origini italiane. Questi sono intenzionati a spostare il business fuori città. Ella cerca di assoldare i nuovi arrivati. Nel saloon basta un niente a scatenare il putiferio e ne fa le spese Carson, colpito dalla colt di Littleflower. I quattro, insieme al servo Tom, ormai compromesso, si danno alla fuga, inseguiti dallo sceriffo e dai suoi scagnozzi. Quando tutto appare perduto, iniziano a piovere frecce. I nostri vengono salvati da Fior di Lisa, fiero condottiero pellerossa, e si preparano a tornare in città per sferrare l’attacco finale, confidando nell’appoggio dei Cheyennes.

Gli puntai contro la pistola, ma non se ne curò. “Non è un paese per negri, guarda fuori dalla finestra”. Le ultime parole del reverendo Carson, l’ultimo ghigno prima di voltarsi e abbandonare per sempre la città. Avevamo lottato, avevamo vinto e finalmente ero libero. Ma libero solo di seguire il consiglio di Carson e guardare il grande falò che avevano allestito in piazza gli uomini incappucciati, mentre intorno scendeva il buio.       
Avevamo attaccato all’alba. Il primo colpo di pistola sparse per strada cocci, uova e pancetta. Lo sceriffo aveva preparato con cura il piatto e già pregustava il pasto al fresco della veranda. Poi la colazione esplose e si trovò di fronte solo la pistola fumante di Fred, il bandito che gli aveva già rovinato un pranzo. I due si sfidarono a duello mentre gli sgherri dello sceriffo si riversavano ancora assonnati in strada, brandendo le armi. Gli indiani si lanciarono all’attacco, cogliendone molti di sorpresa. Io e quel ladro di McNeally cercammo di farci strada verso la chiesa di Carson. Volevo raggiungere il reverendo durante la funzione del mattino, compiere la mia vendetta davanti ai fedeli e dimostrare a tutti che lo schiavo negro aveva imparato a usare la pistola. E che non aveva più paura. Una sola pallottola mi sarebbe bastata a mettere fine alla sua tirannia. Ma dalla chiesa non arrivavano né canti né sermoni. Spalancai la porta con un calcio, ma non c’era nessuno. Fred e lo sceriffo si guardarono negli occhi, senza badare né alle frecce né alle pallottole che fischiavano, estrassero le pistole quasi all’unisono e lo sceriffo si trovò una nuova macchia sulla camicia. Ma questa volta non era sugo. Ella e Don Diego erano decisi a riconquistare il saloon, pronti ad affrontare gli uomini di Carson, ma non si sentì neanche uno sparo. Io, Fred e McNeally li raggiungemmo poco dopo.        
C’era gente nuova in città. Ci raccontarono che Carson, scampato alla pallottola di Littleflower grazie a un coperchio di stufa nascosto sotto l’abito talare, non aveva più gli appoggi politici di una volta e in poche settimane aveva perso tutto il suo potere. Mentre noi eravamo in esilio ospiti degli indiani c’era stata una rivolta, avevano destituito il governatore e il potere era passato in mano agli uomini del Ku Kux Klan, insieme a un gruppo di scalcinati campagnoli con cui avevano stretto alleanza. Gente non troppo sveglia, a causa dei troppi legami tra consanguinei ma capace, all’occorrenza, di tirar fuori i forconi. Di noi, e dei problemi che avevamo avuto con il reverendo e con lo sceriffo non interessava più a nessuno. Don Diego poteva tornare a gestire il suo saloon e Ella poteva anche candidarsi come sceriffo, qualora avesse trovato un accordo con il nuovo governatore. McNeally, non molto interessato a questi discorsi, puntò una bionda in fondo al locale, mentre Littleflowersi unì a un tavolo da poker. Quanto a me, un brivido mi percorse la schiena quando notai che ero l’unico nero nel locale. Non mi piacevano gli sguardi che arrivavano dagli astanti. Littleflowerpiazzò una puntata mostruosa, come suo solito. Decisi di uscire dal saloon, ma mi trovai di fronte due energumeni, con costumi e cappucci bianchi. Estrassi la pistola e puntai il bersaglio in un unico movimento, come mi aveva insegnato Fred. Ne stesi uno, ma l’altro mi stava già rivolgendo il fucile contro. Non avevo scampo. Qualcuno mostrò un poker. Littleflowerdisse solo “La smettete con questo baccano?” mentre estraeva la pistola. Un colpo, e l’altro incappucciato stramazzò a terra. Il locale si ammutolì. Fred Littleflower rimise la pistola nella fondina. “Chi era di mazzo?”. Altri uomini incappucciati spuntarono in fondo alla strada. Fuggii, vidi che la porta della chiesa era ancora aperta e mi infilai dentro, dovevo nascondermi.            
Lo trovai vicino all’altare che metteva in una borsa le poche offerte dei fedeli e il calice d’argento che usava per la messa. Alle sue spalle un’uscita sul retro, si scorgevano due cavalli legati a un carro pronto per partire. “Non è un paese per negri, guarda fuori dalla finestra”. Gli puntai contro la pistola, ma sapevo che difficilmente sarei uscito vivo dalla città. E non potevo permettermi di sprecare pallottole.

l'editoriale

Vittorio di Guilmidi Vittorio di Guilmi

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

MIGRANTI: QUANTE NE SAPPIAMO ?

Li vediamo vagabondare per strada, chiedere l’elemosina nei parcheggi dei supermercati, fare l’autostop, bivaccare sulle panchine, rare volte rendersi utili per la comunità nella quale dovrebbero essere inseriti. Rispondiamo a stento al loro saluto ossequioso per timore di regalare eccessiva confidenza, li osserviamo con diffidenza, siamo sempre pronti a parlarne al bar e su Facebook, avvertiamo la loro presenza come minaccia. Minaccia per la sicurezza, per l’occupazione, per l’equilibrio sociale.      
Ma siamo sicuri di sapere chi sono questi poveri disgraziati, quanti sono (troppi!), da dove vengono, come arrivano, cosa facciamo e cosa potremmo fare sul piano dell’accoglienza? Proveremo a rispondere a queste e ad altre domande in uno speciale che pubblicheremo a puntate sul nostro periodico. Un viaggio ideale in cui analizzeremo il caso da un punto di vista prima puramente informativo, poi lo approfondiremo sotto l’aspetto politico e sociale. Ci preoccuperemo di farlo senza esasperare ed esacerbare la polemica, con toni pacati e prendendo le distanze da chi coglie questa occasione per fini propagandistici. In questo numero di noi1848, come vedrete all’interno, abbiamo dedicato un pezzo a firma di Anna Lisa Gargano che ci auguriamo sia utile al lettore per conoscere meglio il fenomeno e per costruirsi un’idea che non sia viziata da preconcetti e dal semplice “sentito dire”.  
Si tratta infatti di un tema, quello dei migranti, che ormai da oltre due anni imperversa nel dibattito locale, ma che fatica a ritagliarsi uno spazio nella folta agenda politica castellana e nel mondo dell’informazione. E quando si avverte l’esigenza di farlo, dettata probabilmente più dal dovere istituzionale e di cronaca che da un vero e proprio impegno a conoscere e a far conoscere la realtà, nella migliore delle ipotesi lo si fa in maniera superficiale. Nelle peggiori, la trattazione arriva ad assumere i vergognosi e anacronistici contorni dell’odio razziale, soltanto lontano parente di quella riconosciuta libertà di opinione ed espressione. Materia complessa e sempre attuale, salutata con un clima di generale ostilità, fonte di pensieri cangianti e con la politica nazionale più impegnata a cavalcare il malessere popolare che a trovare soluzioni efficaci.          
Sono molteplici le riflessioni che l’argomento meriterebbe: dal dovere intellettuale di sfatare alcuni stereotipi a una considerazione sul limitato potere dei comuni in materia di gestione dell’affare, fino a un necessario ripensamento del modello dell’accoglienza e un cambio di passo nelle politiche prima europee e poi nazionali. Partiamo però da un’amara e incontrovertibile consapevolezza e da una unanime convinzione. La consapevolezza: mentre i numeri sui nuovi arrivi si fanno sempre più allarmanti alimentando diffusi focolai di protesta, dopo due anni e mezzo di forzata convivenza a Castel di Sangro (e non solo) siamo ancora ben lontani dal poter parlare di integrazione sociale e culturale e il fenomeno migratorio continua ad essere percepito quasi sempre come pericolo e mai come risorsa. La convinzione infine, sulla quale bisogna lavorare seriamente e senza ulteriori indugi: questi ragazzi vanno impegnati. In qualcosa di utile per la società in cui vivono, preferibilmente.

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

PIU' RISPETTO PER IL NOSTRO TEMPO

Nell’ultimo consiglio comunale si è discusso dei fondi comunali destinati alla Pro Loco di Castel di Sangro. Come molti sanno, la locale Pro Loco verte in una pesantissima situazione debitoria (soprattutto verso imprese locali), i bilanci del 2014, 2015 e 2016 sono stati approvati, tutti insieme, qualche giorno fa e da almeno tre anni non vengono presentati rendiconti precisi e puntuali sull’uso che viene fatto dei fondi deliberati in suo favore dalla Giunta.

I fondi trasferiti alla Pro Loco sono prelevati dalla cassa comunale, che è alimentata dalle imposte e dalle tasse di tutti noi cittadini. Il trasferimento di migliaia di euro dal bilancio comunale a quello della Pro Loco non è però l’unico caso di spreco. Tra le varie voci del bilancio comunale è possibile infatti ritrovare altri casi di gestione molto superficiale delle nostre risorse.

Dal bilancio consuntivo del nostro Comune, relativo all’anno 2015, emerge un dato inconfutabile: mediamente ogni cittadino di Castel di Sangro ha versato nelle casse comunali, per imposte e tasse,  541,08 euro. E nello stesso anno ogni castellano ha guadagnato, mediamente, 852,74 euro al mese. Questo vuol dire che ognuno di noi ha lavorato 19 giorni solo per pagare imposte e tasse comunali. Non vi è ombra di dubbio che una buona parte delle nostre “tasse” serve a finanziare servizi utili a tutta la collettività, ma è altrettanto vero che una gestione più accorta e meno superficiale delle risorse comunali potrebbe far diminuire di molto le imposte da pagare. Se non ci fossero sprechi, utilizzeremmo meno giorni di lavoro per saldare imposte e tasse comunali.

Forse consideriamo il denaro di tutti il denaro di nessuno, ma una gestione più attenta della cassa comune ci farebbe risparmiare risorse e, di conseguenza, giorni di lavoro. I 3-4 giorni di lavoro “liberati” dal pagamento delle imposte potrebbero essere utilizzati per coltivare qualche passione, per andare a cena con gli amici oppure per portare, dopo anni spesi a tirare la cinghia, la famiglia a trascorrere in modo diverso un sabato sera o una domenica.

Le imposte non le paghiamo con il denaro, le paghiamo con il tempo della nostra vita che abbiamo impiegato per avere quel denaro. Le paghiamo con il tempo tolto ai figli, ai nipoti, agli amici, ai nonni, a noi. Per questo dovremmo pretendere più rispetto per il nostro tempo. 

stinchi di santo

fredebarneydi FRED & BARNEY

Lo chiamavano Mezza Tacca - Secondo episodio

Le orecchie mi fischiavano ancora per lo sparo e Fred Littleflower aveva già preso sulle spalle  McNeally, mentre il boia ancora non aveva capito se quel rumore fosse arrivato dalle sue chiappe o da chissà dove. Un attimo dopo eravamo tutti sul carro di Don Diego, dritti verso la città come una freccia Apache. Lo sceriffo di Five Miles Rock provò a inseguirci ma rinunciò subito. Fu la scelta più saggia della sua vita. Littleflower sfoderò un grosso coltello da caccia e tranciò di netto le corde che legavano dietro la schiena le mani di Daniel McNeally. Accarezzandosi il collo segnato dal cappio, il bandito esordì: “Il mio debito di riconoscenza non sarà mai colmato, per quanto se ne dicano su di voi oggi avete dimostrato di essere un gentiluomo, ribellandovi ad un’ingiustizia che stava per essere compiuta. Fu una sentenza ingiusta quella che mi condannò...”. Littleflower lo interruppe: “Un cappio che ti impedisca di starnazzare sarebbe, come dire, proprio quello che ti ci vorrebbe, ma a quanto pare a Don Diego De La Camisa servono uomini che sappiano maneggiare una pistola, sennò adesso, come dire, staresti penzolando come un salame”. Stavo per entrare in città con i due criminali più ricercati di tutto il west, ma il mio pensiero andava alla punizione che mi avrebbe inflitto il reverendo Carson per non essermi presentato quella mattina in chiesa.

“Il negro chi è?” chiese McNeally. Fred Littleflower mi guardò e scoppiò in una risata: “Lo ha portato Don Diego, ma questo negro oggi ha fatto saltare due vicesceriffi con la stessa facilità con la quale tu butti giù una birra gelata, di conseguenza dovrai offrirgli da bere”. Per un attimo mi sentii orgoglioso, ma tornai a preoccuparmi quando vidi davanti a me la chiesa, a due passi dall’ingresso del saloon ancora chiuso. Don Diego fermò il carro, aprì le porte e ci fece segno di entrare. Non ero mai entrato nel saloon, quindi spinsi fuori il petto e cercai di nascondere l’emozione. Dietro al bancone c’era ad aspettarci una donna, e un paio di tipi che non avrei mai voluto incontrare in un vicolo. Uno di quelli, alla mia vista, trasalì come se avesse visto un serpente a sonagli. Fred capì tutto e disse: “Il negro è con me”. Il tipo cercò di abbozzare un sorriso, senza successo. Don Diego prese i bicchieri, versò whisky per tutti e ci presentò la signora: “Questo fiorellino è Ella, fino al mese scorso gestiva il bordello al piano di sopra. Mandavamo avanti insieme questo posto fino all’arrivo del Reverendo Carson, che ha preso subito a vomitare sermoni contro i luoghi di perdizione, riuscendo in pochi mesi a mettere i bordelli fuori legge. In realtà Carson, quel dannato sceriffo di origini italiane e i suoi scagnozzi vogliono riaprire i loro bordelli fuori città, mascherati da ospedali e opere pie, e conquistare il monopolio. In più hanno iniziato a bloccare i miei carri di whisky per gli indiani, per mettere le mani anche su quell’affare. Fred, Daniel, voi dovrete darci una mano a riprenderci questa città, abbiamo un piano per spodestare Carson e sbattere fuori a calci lo sceriffo”. Ella scavalcò il bancone e fece un passo avanti. Aveva un paio di pantaloni con le frange e dei pavoni disegnati sopra. McNeally fece una smorfia, Ella lo ignorò e prese la parola: “Tempo qualche mese e sarò io lo sceriffo di questa città, allora ci riprenderemo ciò che è nostro. Vi dirò io cosa fare al momento giusto, nel frattempo non date troppo nell’occhio”.

I clienti iniziarono ad affollare il saloon, McNeally puntò una ragazza in fondo al locale e le offrì da bere. Littleflower sbuffò  e si sedette a un tavolo dove era in corso una partita di poker. Io mi voltai e capii che era giunto il mio momento. Il reverendo Carson, rosso in volto dalla rabbia, si dirigeva dritto verso di me, urlando come se avesse visto il diavolo in persona. Mi sbatté contro la parete sputacchiando insulti poco degni di un parroco di paese. Cercai di incrociare lo sguardo di Fred, ma con la coda dell’occhio vidi soltanto che in quel momento gli si era appena materializzato un tris d’assi. Carson mi strinse il collo e mi spinse contro dei barili vuoti che si rovesciarono. Littleflower rilanciò. Carson sembrava indemoniato e aveva cominciato a prendermi a calci. Qualcuno al tavolo mostrò un full. Littleflower, furbo come una volpe, alla vista del full ribaltò il tavolo, estrasse la colt e disse solo: “La smettete con questo baccano?”. Un colpo, e il reverendo Carson prese il volo, come se gli fossero spuntate le ali. Il locale si ammutolì, mentre Fred Littleflower rimetteva la pistola nella fondina. “Chi è di mazzo?”.

Castellani nel mondo

L’Eterno trade-off

di Antonio Zurlo

«Pronto? Mamma? Ciao! Oggi siamo stati a Central Park».

«Che bello Anto! Ti è piaciuto?».

«Onestamente… So’ meglio i giardinetti di Castello, quelli sono perfetti Ma’!!».

Iniziava così una telefonata con mia madre durante un soggiorno estivo a New York organizzato dalla prof.ssa Carputo nel lontano 2010. Ebbene sì, “lontano” nonostante siano trascorsi solo sette anni… ma il tempo trascorre in maniera soggettiva e a me sembra passata un’infinità per quanto il mio pensiero odierno sia differente: oggi vi scrivo dopo aver inoltrato serenamente una nuova application per un periodo di studi all’estero.

Cosa mi è successo in soli sette anni? Dov’è finita la sicurezza con cui dissi quelle frasi che tanto stupirono i miei genitori? Per trovare una risposta mi conviene tornare indietro nel tempo e ripensare a chi ero.

Tutto ha inizio nel 2013, anno del diploma scientifico, quando mi ritrovai a scegliere l’università: Economia sì, ma dove? Pescara, Roma o Milano? Nell’eterna indecisione che caratterizzava quel periodo, affidai al test d’ingresso all’Università Bocconi di Milano la responsabilità di scegliere al mio posto e così finii con l’interpretare come un “segno del destino” quei pochi caratteri digitali che recitavano “È con piacere che Le comunichiamo che è stato ammesso al nostro Corso di Laurea in Economia e Finanza”.

Leggi tutto

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

ECCEZIONALE NORMALITA'

Fra le molte storie che dovrebbero raccontarsi a bassa voce, ve n'è una che dipinge molto bene la condizione del Comune di Castel di Sangro. Nei primi giorni di gennaio l’abbondante nevicata che si è abbattuta sull’intero Abruzzo ha avuto la pronta risposta del comune altosangrino. Il “Piano Neve”, anche se con qualche disagio durato pochi giorni, ha funzionato. Come consuetudine, volontari di ogni età hanno dedicato pale e proprio tempo libero alla causa comune. E sul principale gruppo Facebook del paese, proprio in quei giorni, più copiosi della coltre bianca, si sono susseguiti bollettini, ringraziamenti e critiche.

Vedere Di Guglielmo, sempre lui, sempre il solito, colmare il vuoto lasciato dall’assessore, coordinare le operazioni, aggiornare i cittadini dello stato di avanzamento del “piano”, avere più pazienza di Giobbe nel rispondere alle varie osservazioni fatte dai cittadini sul social network; e osservare i responsabili, gli operai delle imprese incaricate allo sgombero della neve e il vice sindaco Franco Castellano fare orari e operazioni che vanno al di là di ogni immaginazione per portare a termine il proprio lavoro, avrà fatto davvero un certo effetto.

Appena l’architetto postava un nuovo bollettino, la maggior parte del popolo castellano di Facebook rispondeva ringraziando. Soltanto lui, che non è abituato ad autoringraziarsi, non rispondeva a se stesso con un grazie.

Un residente provvisorio, sempre attento agli avvenimenti che accadono in città, rimase sbalordito dal cotanto render grazie per un qualcosa che, dal suo punto di vista, dovrebbe essere la normalità.

Poi, fece una considerazione: “In questi due anni che frequento Castel di Sangro, non ho ancora visto, durante il consiglio comunale, un assessore proporre qualcosa che andasse a risolvere annose questioni – residenze fittizie, mancata riscossione dei canoni di locazione e delle concessioni anche per il taglio dei boschi, finanziamento continuo alla locale Pro Loco nonostante non approvi da diverso tempo i suoi bilanci e nonostante i crescenti debiti verso le imprese locali, biblioteca aperta due pomeriggi su sei – alcune delle quali costano alle tasche dei cittadini centinaia di migliaia di euro”.

Se dovessi considerare ciò, anche io, fra qualche tempo, nel vedere quegli operatori fare con dedizione ciò per cui sono pagati, inizierò a rendere grazie.

l'editoriale

Vittorio di Guilmidi Vittorio di Guilmi

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

E-LEZIONI DI POPULISMO

Hanno vinto i populismi. È stata questa l’espressione più utilizzata per commentare le scorse elezioni politiche. Può darsi. Di certo non ha funzionato il tentativo dei partiti tradizionali di ridurre a populismo quelle forze politiche di più o meno recente formazione, che invece hanno saputo interpretare i reali bisogni di tanti elettori. Probabilmente cavalcando e favoriti da un clima di diffuso malcontento e in alcuni casi cogliendo più le paure che i bisogni. Ma in politica e soprattutto in campagna elettorale, si sa, è ammesso.

Se il 4 marzo un elettore su due ha scelto Movimento 5 Stelle o Lega vuol dire che hanno vinto le forze cosiddette antisistema. E hanno perso tutti gli altri, Partito Democratico in testa, ridotto ora ai minimi termini pressoché ovunque. Si pensi al caso dell’Abruzzo, dove il partito che soltanto quattro anni fa eleggeva il governatore con il 46% è riuscito a fare peggio del Pd nazionale, fermandosi al 14%. Stessi numeri della Lega per capirci, che in Abruzzo partiva con un irrisorio 1,5% alle Europee del 2014. Una disfatta senza precedenti insomma.

Lezioni di populismo anche a Castel di Sangro: Cinque Stelle primo partito con il 36%, seconda la Lega con il 21%. Resiste più che altrove Forza Italia (18%). Crollo per il Pd, ora al 12%. Sorprende più di altri quel dato della Lega. Azzardiamo una riflessione. Quanto ha influito la mal sopportata presenza di migranti nel nostro territorio e quanto hanno attecchito gli slogan di pulizia etnica 2.0 urlati da Salvini in tv e nelle piazze, reali e virtuali? Guardiamo il caso di Roccacinquemiglia, dove i migranti ospitati sono una sessantina, le schede valide sono state 155 e in 35 hanno scelto Salvini. Siamo al 22%, risultato più alto tra le sezioni di Castel di Sangro e tra i più alti in Abruzzo. Sarà un caso? Forse no, se guardiamo anche il dato proveniente da Pietraferrazzana (Chieti), nuovo “fortino” in miniatura della Lega in Abruzzo: 137 abitanti, una cinquantina di migranti e Lega al 30%.

La netta e annunciata affermazione del Movimento 5 Stelle da una parte, e la legittimazione di Matteo Salvini come nuovo leader del centrodestra dall’altra, prefigurano ora uno scenario politico nazionale assai caotico, disegnato da una legge elettorale pasticciata in grado di garantire soltanto ingovernabilità. Anche a livello regionale ci attendono mesi di stallo e passione, con il presidente-senatore D’Alfonso che dopo la convalida dell’elezione a Palazzo Madama lascerà la sua poltrona in Regione (sue parole) e un Pd più sgonfio che mai in vista della imminente chiamata alle urne. Forse già in autunno, in anticipo rispetto alla naturale scadenza della legislatura.

Populismo è una parola non troppo diversa da popolarità. E popolarità è una parola che oggi non può prescindere dal mondo dei social. Lo sanno tutti, politici e politicanti compresi. Non è un caso che i due mattatori  delle ultime elezioni, Di Maio e Salvini, siano anche i più seguiti e apprezzati su Facebook. Lo ha capito anche il sindaco Caruso, che da quando è al governo della provincia appare decisamente più “social” di quanto non lo fosse soltanto da primo cittadino. Non lo ha capito ancora, ahinoi, il nostro capogruppo Alfredo Fioritto. Politico e professionista d’altri tempi, tutto sostanza e poca apparenza, conosciuto e riconosciuto in molti ambienti ma lontano da quello virtuale. Ma Alfredo è persona attenta e presto o tardi ci farà questa sorpresa, siamo fiduciosi.

stinchi di santo

fredebarneydi FRED & BARNEY

Lo chiamavano Mezza Tacca - Quarto episodio

Negli episodi precedenti: il raffinato bandito McNeally viene salvato dalla forca da Fred Littleflower e dal contrabbandiere d’alcool Don Diego De La Camisa, con la complicità inconsapevole di Tom, servo di colore del reverendo Carson, nonché narratore della nostra storia. I quattro si rifugiano in paese, dove fanno la conoscenza di Ella, che si è vista soffiare gli affari dallo stesso Carson e da Frank Castellano, sceriffo di chiare origini italiane. Questi sono intenzionati a spostare il business fuori città. Ella cerca di assoldare i nuovi arrivati. Nel saloon basta un niente a scatenare il putiferio e ne fa le spese Carson, colpito dalla colt di Littleflower. I quattro, insieme al servo Tom, ormai compromesso, si danno alla fuga, inseguiti dallo sceriffo e dai suoi scagnozzi. Quando tutto appare perduto, iniziano a piovere frecce.

Mi apparve come una dea, in sella al suo Appaloosa bianco e nero. Fior di Lisa, fiero condottiero Cheyenne, unica squaw a capo di una tribù indiana d’America. Credevo fosse una leggenda, invece eccola di fonte a me, bella come il sole del mattino. Mi guardò appena, sorrise a Littleflower e rivolse lo sguardo allo sceriffo, sdraiato a terra per evitare le frecce in posa certamente poco dignitosa. Questi, dimostrando scarsa arguzia, spolverò la stella di latta e l’apostrofò sprezzante: «Da quando i musi di rame hanno affidato il comando a una femmina?». Fior di Lisa scese da cavallo e, sfoggiando un’insolita padronanza della lingua dei visi pallidi disse: «Io avrò anche la pelle rossa, ma tu di rosso hai solo delle volgari macchie di sugo sulla camicia, e dall’odore che sento i pomodori non erano nemmeno dei migliori!». Lo disse in un fiato, senza staccargli la suola del mocassino dal suo cavallo, quello dei pantaloni. «Lascia libero questo damerino e il negro che si porta dietro. Sono roba mia ora, e tornatene in città con i tuoi, prima che dimentichi di essere una donna e ti dia in pasto alle formiche rosse. Frank Castellano prese la palla al balzo, salì sul suo cavallo che nel frattempo sembrava stesse schiacciando un pisolino e fece un fischio sonoro all’indirizzo dei suoi, sputando a terra: «Torniamo a casa, ragazzi. Troppi musi rossi in giro. Ma di certo non finisce qui». Alla vista della donna McNeally si fece subito avanti, con la sua consueta galanteria, e cominciò ad ingraziarsi la nostra salvatrice: «È bello vedere una donna a capo di una tribù gloriosa come i Cheyenne! Ritengo che il futuro sia delle donne, e che esse abbiano tutto il diritto di dimostr...». Fior di Lisa non gli diede il tempo di completare la frase e lo colpì usando la sua lunga treccia come frustino. «Meno smancerie, uomo! Chiamate quegli altri due che se la sono data a gambe e seguitemi al campo. Tu parli troppo, per i miei gusti». «E non ha ancora sentito quell’altro» pensai io, mentre mi tiravo su pensando a cosa mi attendesse ora.

continua...

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

EMERGENZE,  CERCASI SOLUZIONE

Ebbene sì, in Alto Sangro ancora si nasce. Dopo sei anni dall’ultima volta, pochi giorni fa una mamma di Barrea in preda alle doglie ha partorito nello studio di un ginecologo. Non ce l’avrebbe fatta a raggiungere né l’ospedale di Sulmona né quello di Isernia.

La scelta per la coppia è stata obbligata. L’ospedale di Castel di Sangro, il più vicino ai comuni abruzzesi che ricadono nella zona Parco, non fornisce un servizio per emergenze di questo ed altro tipo. Così una telefonata al 118 avrebbe avuto come conseguenza la partenza di un’ambulanza dal Pronto Soccorso di Sulmona e arrivo previsto dei primi soccorsi 70/80 minuti dopo il riaggancio della cornetta. Troppi per una situazione del genere: il marito della signora avrebbe dovuto fungere da ostetrica, dato che l’ambulanza non sarebbe arrivata in tempo utile.

Leggi tutto

stinchi di santo

fredebarneydi FRED & BARNEY

Lo chiamavano Mezza Tacca - Terzo episodio

Un bel piatto di fumanti spaghetti al sugo. Frank Castellano socchiuse gli occhi e per un attimo si sentì a casa, in Italia, a migliaia di chilometri da quella polverosa veranda del suo ufficio da sceriffo. Finalmente le cose iniziavano a girare bene. Per quel che gli importava gli affari poteva anche gestirli il reverendo Carson, ma alla fine era sempre lui che portava la stella dorata sul petto. Puttanieri e contrabbandieri, che in passato avevano causato così tanti problemi, erano ormai sotto controllo, e finalmente gli veniva riconosciuta la giusta dose di autorità. Gli uomini d’affari con cui Carson trattava gli avevano fatto recapitare una pianta di basilico direttamente dall’Italia, e il profumo del sugo copriva la puzza di merda e di sudore che veniva dalla strada. Avvolse con cura gli spaghetti roteando la forchetta nel piatto, apprestandosi al primo assaggio quasi con deferenza. Il rumore dello sparo ruppe il silenzio sonnacchioso dell’ora di pranzo e lo fece letteralmente saltare in aria. Rovesciò il tavolino della veranda, l’ammasso di spaghetti prese il volo e atterrò in strada, su un cumulo di sterco di cavallo. “Ma che cazzo!” borbottò allacciandosi il cinturone.

Le urla di Don Diego mi ridestarono: “Tom, prepara subito i cavalli!”. Ero rimasto impietrito davanti alla tonaca intrisa di sangue del reverendo Carson che si contorceva all’ingresso del saloon. Un attimo prima ero pronto a ricevere l’ennesima dose di bastonate da quel tiranno, senza neanche avere il coraggio di guardarlo negli occhi, e adesso mi ritrovavo accanto al ghigno di Fred Littleflower, e osservavo le smorfie di dolore e lo sguardo implorante del prete. Un miscuglio di nuove emozioni si fece largo nella mia testa, ma l’unica cosa importante era sparire prima dell’arrivo degli uomini di Carson. Ero l’unico negro immischiato in quel pasticcio, e sarei stato il primo a essere impiccato. Sentii Ella urlare verso Fred: “Vi avevo detto di non dare nell’occhio e tu che fai, spari a Carson?”. Littleflower la ignorò e si accese un sigaro, guardando fuori dal saloon con circospezione, mentre impugnava la Colt ancora fumante. Mc Neally, contrariato dal doversi congedare dalla bionda compagnia, sfoderò la sua pistola e si diresse verso l’uscita. Non facemmo in tempo a salire a cavallo che ci trovammo alle calcagna gli uomini di Carson. Don Diego, Ella, Daniel e Fred si lanciarono al galoppo e riuscivo a fatica ad affiancarli, ma non ci tenevo a trovarmi nel fuoco incrociato dei loro colpi di pistola con quelli dei nostri inseguitori. Uscimmo in fretta dalla città e ci sembrò di averli seminati, quando sentii un colpo di fucile e un brivido intenso lungo tutta la spalla, che mi fece cadere da cavallo. Sdraiato a terra e immobilizzato dal dolore riuscii a malapena ad alzare la testa per vedere cosa stesse succedendo. Il volto dello sceriffo era più rosso del sangue che mi sgorgava dalla spalla, gli occhi infiammati dalla rabbia. Avanzava verso di me al galoppo, in testa a un manipolo di uomini, le pallottole mi sfioravano, provenienti da ogni direzione. Pensai che da un momento all’altro sarebbe arrivato il colpo mortale. Littleflower, sceso da cavallo, si era chinato al mio fianco e a ogni suo colpo di pistola faceva fuori un uomo di Carson. Ma erano troppi. Vidi la canna del fucile dello sceriffo puntata verso di noi, sempre più vicina, proprio quando Littleflower stava per ricaricare la sua arma. “Cazzo, negro, mi spiace ma ho finito le munizioni”. Pensai che fosse arrivata la fine. Frank Castellano era così vicino che potei notare delle macchie rosse sulla sua camicia bianca. Ma non pareva sangue, sembravano piuttosto macchie di sugo. Poi come in un sogno, iniziarono a piovere frecce.

l'editoriale

Vittorio di Guilmidi Vittorio di Guilmi

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

"E' ALLARME SICUREZZA ?"

La vile aggressione perpetrata il mese scorso ai danni del nostro anziano concittadino, al quale rivolgiamo gli auguri più sinceri, oltre alla ferma condanna e alla unanime indignazione per la vicenda deve esortarci ad una duplice riflessione di ordine più generale. Castel di Sangro e l’Alto Sangro sono ancora quell’oasi di pace dove vogliamo che il turista venga a trascorrere le sue vacanze? Siamo al sicuro nelle nostre case?          
Il rapporto sulla microcriminalità in Alto Sangro, purtroppo, non ci restituisce quel quadretto idilliaco che ci auspicheremmo. E a destare maggiore preoccupazione è soprattutto una pericolosa controtendenza: mentre in Italia e in Abruzzo i numeri relativi agli episodi di microcriminalità fanno registrare un calo negli anni, seppur lieve, a Castel di Sangro e in Alto Sangro quei numeri sono cresciuti. Se fino a non molto tempo fa infatti gli episodi collegati alla microcriminalità erano rari, se non nulli, non si può certo affermare che oggi abbiano ancora quello stesso carattere di sporadicità. Ebbene, con una frequenza ormai periodica si raccontano casi di furti in abitazioni, violenze private, scippi e vessazioni di varia natura. Dove vanno rintracciate le cause del fenomeno?            
Nell’ultimo ventennio Castel di Sangro ha cambiato sensibilmente la sua pelle, conoscendo una robusta espansione edilizia e mutando il suo aspetto da borgo rurale a cittadina di confine con una vocazione prettamente turistica. La popolazione (residente e straniera) è aumentata, sono nati nuovi quartieri, la periferia si è allargata. Nuove attività commerciali hanno visto la luce, molte di queste hanno abbassato la saracinesca nel giro di poco tempo, il giro d’affari è complessivamente aumentato, di pari passo con l’industria del turismo. È evidente, e non serve un esperto in discipline socio-economiche per spiegarlo, come questa onda porti con sé anche un rovescio della medaglia. Dove cresce una società e un’economia, parimenti, è concreto il rischio che crescano anche attività legate al malaffare. A questo si aggiunga che il nostro territorio per la sua posizione geografica ben si presta come punto di snodo e di scambio per traffici illeciti, diretti e provenienti dai vicini confini campani e laziali. Attività sempre più capillari e variegate, che mirano ad estendere i loro tentacoli in “zone franche” come le nostre, più deboli sui controlli e per questo più vulnerabili e ambite da chi è alla ricerca di nuovi mercati.    
Cosa fa il Comune di Castel di Sangro per prevenire, o quantomeno scoraggiare simili episodi? Ad oggi, poco o nulla. Il territorio comunale è infatti sprovvisto di un sistema di videosorveglianza cittadino, in grado da agire da deterrente e supportare il lavoro delle forze dell’ordine. Si noti che altre municipalità del comprensorio, con disponibilità di gran lunga inferiori, si sono già attrezzate in tal senso. Inoltre, quante ne sanno i castellani in materia di sicurezza, in casa e anche fuori dalle mura domestiche? Di certo non sarà una telecamera oppure una campagna di informazione ad arginare la questione e a fermare i malintenzionati. Sarebbe però un segnale concreto della presenza dell’Istituzione. Che non basta e non basterà, ma forse i cittadini si sentiranno un po’ più al sicuro nelle loro case.

il dondolo

Ladislao Bezpalcodi Ladislao Bezpalko

QUESTIONE DI STILE

Qualche settimana fa si è insediato il nuovo commissario straordinario della Comunità Montana Umberto Murolo. Murolo succede a Liberatore, dimessosi ufficiosamente il 19/05/2017 e ufficialmente il 29/05/2017. La notizia della nomina del nuovo commissario era stata data qualche settimana prima, in esclusiva, dalla testata giornalistica locale teleasse.it. Sul web, sotto la notizia, è stato un susseguirsi di congratulazioni ed in bocca al lupo, qualcuno si è spinto anche oltre asserendo che l’ex sindaco di Castel di Sangro sia la persona giusta per tale compito.

Il commento che ha destato incredulità o un certo clamore è stato quello dell’ex commissario Liberatore: “Il nostro comune metabolizza tutto, qualche volta troppo in fretta: il male, però, è italico. Il passaggio degli impianti di Bocche di Forli al Comune di Castel di Sangro non l’ho solo suggerito, l’ho proposto, più volte, alla Regione Abruzzo e con atti ufficiali. In fondo mi sono dimesso per attirare l’attenzione soprattutto su Bocche di Forli. Murolo poi è una garanzia. A lui, amico e mentore, soprattutto l’augurio di ritrovare l’antica passione”.

Le reazioni a tale commento sono state diverse. Qualche malfidato, non conoscendo come si è evoluta la questione “Bocche di Forli”, ha sussurrato che la vera motivazione che ha spinto il consigliere Liberatore alle dimissioni da commissario sia stata una sua sicura nomina, ad agosto, da assessore o addirittura da vice-sindaco. Sicuramente saranno solo illazioni prive di ogni fondamento e a smentire i malfidati ci penserà il tempo galantuomo: agosto è alle porte e solo allora si vedrà se il sindaco Caruso, giudicando inadeguato il lavoro svolto da uno dei suoi assessori o dal vice-sindaco, sostituirà uno di essi con il consigliere Liberatore che lui, Caruso, reputa sicuramente migliore del bocciato.

Chi invece ha seguito la vicenda Bocche di Forli è rimasto quasi perplesso nel vedere l’ex commissario Liberatore prendersi meriti per soluzioni che gli sono state “suggerite” da qualcun altro. Negli ultimi due anni, i consiglieri di Progetto Comune per cercare di risolvere al meglio la questione avevano proposto più volte, considerata la disastrosa situazione debitoria della società, di orientare un processo di fallimento della società A.S.A. per definire nel più breve tempo possibile una nuova gestione dell’impianto. Inoltre, avevano proposto di richiedere alla Regione Abruzzo il passaggio di proprietà dell’impianto di Bocche di Forli al Comune di Castel di Sangro. L’ex commissario bocciò queste due proposte e disse anche che i consiglieri di Progetto Comune erano impreparati.

A distanza di un anno e mezzo, i libri della società A.S.A. sono stati portati in tribunale e il consigliere, ex commissario e forse prossimo vice-sindaco Liberatore si è pubblicamente preso meriti, senza citare i veri ideatori delle proposte per il futuro passaggio della proprietà dell’impianto di Bocche di Forli al Comune di Castel di Sangro.

Qualcuno potrebbe dire che il nostro consigliere, ex commissario e forse futuro vice-sindaco, metabolizza tutto, qualche volta troppo in fretta: le scuse, per aver dato dell’incompetente a quel gruppo di consiglieri a cui poi ha copiato le proposte, sarebbero state eccessive; ma prendersi pubblicamente meriti per un qualcosa che è stato ideato e proposto da altri, senza minimamente citare i reali ideatori, è stata una grande caduta di stile.

l'editoriale

Vittorio di Guilmidi Vittorio di Guilmi

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

"VISIT ALTO SANGRO"

Un gennaio così duro in Abruzzo non si ricordava almeno da decenni. Lo sanno bene quelle settemila famiglie lasciate vergognosamente al buio e senza riscaldamento per una settimana e protagoniste loro malgrado di quello che sarà ricordato come il più lungo black out della storia d’Italia. Lo sanno bene le comunità messe alla prova ancora una volta dal terremoto, lo sanno bene le famiglie delle ventinove vittime di Rigopiano, lo sanno bene i cari dei sei soccorritori che erano a bordo dell’elicottero precipitato a Campo Felice. E lo sanno bene, seppur in misura diversa, anche tutti i nostri operatori del turismo, colpiti prima dagli effetti della lunga ondata di maltempo e poi da una cattiva informazione.        
Non era in malafede il sindaco Caruso quando in giorni non ancora particolarmente sospetti ammoniva certa cronaca nazionale tacciandola di un curioso doppiopesismo: se nevica al nord è una buona notizia per chi va a sciare, se invece il fenomeno interessa il centro-sud lo stesso viene annunciato come maltempo, con tanto di allerta meteo. La beffa più clamorosa si consumava poi in diretta nazionale quando tale don Bruno Fasani, il parroco con l’hobby del salotto de “La vita in diretta”, rivolgeva un appello ai telespettatori, invitandoli a non venire a sciare in Abruzzo, giudicato poco sicuro, e scegliere gli impianti del nord Italia. E lo faceva citando Roccaraso e Pescasseroli. Al di là dell’uscita infausta del don e del pressapochismo andato in onda su una rete del servizio pubblico, è facile immaginare il danno procurato all’immagine di un intero territorio. Un territorio, il nostro, tra l’altro fortunatamente risparmiato da quei disastri naturali, dove si sciava e si continua a sciare benissimo e dove le strade erano e restano pulite. Lo abbiamo visto con il video realizzato dalla nostra redazione, nato con le intenzioni di rispondere a don Bruno e finito per diventare lo spot dell’Alto Sangro per qualche giorno, a giudicare dal successo incontrato su Facebook: più di 600 condivisioni, oltre 100mila persone raggiunte.      
I numeri che ci conducono ad una riflessione più approfondita sono però altri. Sono quelli impietosi che arrivano da Confesercenti e che per la nostra regione parlano di un calo dell’80% delle prenotazioni rispetto allo scorso anno e del 50% di disdette. La stagione sembra ormai compromessa per molti, si attende quel colpo di coda che ci auguriamo possa arrivare per le tante famiglie del nostro comprensorio che vivono di turismo invernale. Ma è evidente che per invertire questa pericolosa tendenza occorre altro. Servono scelte politiche e imprenditoriali che vadano di pari passo ma senza fare figli e figliastri, serve ripensare e ricollocare il prodotto turistico, serve una campagna informativa massiccia e mirata che mostri come le nostre zone non sono seconde a nessuno. Qualcosa che nelle ambizioni ricordi il claim “Visit Abruzzo” lanciato dalla Regione qualche anno fa (e soltanto nelle ambizioni, considerata l’esperienza non troppo fortunata di quel progetto). Una marca territoriale unica per l’Alto Sangro insomma, che metta insieme paesi e tradizioni, cultura e natura, ospitalità e autenticità. E che metta da parte, una volta per tutte, inutili campanilismi che non portano da nessuna parte.

 

stinchi di santo

fredebarneydi FRED & BARNEY

Lo chiamavano Mezza Tacca

Lo giuro sul mio muso nero, quant’è vero che mi chiamo Tom. Sono nato e cresciuto qui e in vent’anni non avevo mai sentito un colpo di fucile. Come ogni sabato mattina spolveravo l’altare della chiesa deserta, da cui all’indomani sarebbe partita l’ennesima incalzante predica del reverendo Carson, quando vidi entrare Don Diego De La Camisa. Non si fece neanche il segno della croce: “Salta sul carro, muso nero! Ci sono dei barili da consegnare. E poi a Five Miles Rock impiccano quel rubagalline di Daniel McNeally, non ce lo vorremo mica perdere! Ho anche chiuso il saloon!”. Mi chiamava muso nero ma era buono con me, Don Diego. Vendeva sottobanco l’alcol agli indiani e mi pagava generosamente per aiutarlo nelle consegne. In molti quella mattina erano già partiti verso il piccolo villaggio di Five Miles Rock per assistere all’esecuzione, ma io non mi illudevo di poterci andare. Il reverendo Carson si sarebbe arrabbiato, non avevo ancora finito il mio lavoro. Ma mezzo dollaro in più in tasca e un’impiccagione erano troppo allettanti. Scaricammo tre barili di whisky nei pressi della riserva e uno rimase sul carro, ma era meglio non fare domande sui traffici di Don Diego. Mezz’ora dopo eravamo lì, mi fece scaricare l’ultimo barile, più pesante degli altri, nei pressi della piazza, vicino al posto riservato alle autorità. In quella giornata speciale nessuno badò ad un negro impegnato a scaricare del whisky di contrabbando. Mi feci largo tra la folla giusto in tempo per vedere il boia che stava per aprire la botola. Quel fesso però fece l’errore di chiedere al condannato se avesse qualcosa da dire prima che gli si tirasse il collo. E quel bellimbusto di Daniel, ricercato dai cacciatori di taglie di sette stati, cominciò un discorso infinito su ideali e libertà, e sui nobili sentimenti che muovevano il suo spirito di fuorilegge. Fece colpo sicuramente su qualche ragazza ma la maggior parte degli spettatori non ne poteva più. La folla rumoreggiava, alcuni urlavano spazientiti: “Tira quella dannata leva, corna di mille bisonti!”. Anch’io ero ormai stufo quando, all’improvviso, l’esplosione. Fumo nero come l’inferno e un paio di vicesceriffi fatti a pezzi. Proprio dove avevo scaricato l’ultimo barile. Quello non era whisky! In che storia m’ero cacciato? Tutti guardarono la colonna di fumo tranne me, che mi trovai accanto l’estremità della canna di un fucile, tanto splendente da sembrare d’oro, puntata verso il patibolo. Mi voltai di nuovo verso il boia, confuso e cosciente di non essere più al centro dell’attenzione. Non sapendo che fare, abbassò la leva. La fune si tese e si spezzò nello stesso momento, troncata di netto da una pallottola. La curiosità vinse la paura e mi voltai a seguire con lo sguardo la canna fumante del fucile, fin giù al calcio. Riconobbi subito quel volto, l’avevo già visto su mille manifesti: sotto il suo ritratto ero abituato a leggere “Fred Littleflower, ricercato, vivo o morto”. E la cifra della taglia, che saliva di giorno in giorno.

continua...

1848
testata giornalistica dell'Associazione "Progetto Comune"
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Seguici su :